venerdì 26 ottobre 2007

Il caso Thomas Crawford

Fracture

USA / Germania, 2007
Regia: Gregory Hoblit

***1/2

Willy Beachum contro Thomas Crawford: il procuratore rampante deve inchiodare un killer dal quoziente intellettivo sopra la media, intenzionato a commettere il delitto perfetto, l'omicidio della moglie. Ben sceneggiato da Daniel Pyne e Glen Gers, anche autore del soggetto, è un «legal drama» molto equilibrato che gode dell'ottima prova di Anthony Hopkins, dall'impeccabile aplomb, e Ryan Gosling. Lineare e dolente, il thriller evita le buche della prevedibilità e intrattiene con la sottigliezza del classico. Hoblit, dal curriculum televisivo, dirige con eleganza celando le ambizioni autoriali dietro ai dialoghi sagaci. Il titolo inglese, più acuto di quello italiano, che senza motivo richiama Il caso Thomas Crown (1968, di Norman Jewison), cita una delle migliori battute del film, in cui Crawford parlando di uova e imperfezioni lancia la sfida alle certezze del giovane accusatore. Pregevoli sia la fotografia di Kramer Morgenthau che la colonna sonora di Mychael Danna.

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giovedì 18 ottobre 2007

Quel treno per Yuma

3:10 to Yuma

USA, 2007
Regia: James Mangold

*1/2

Dan Evans è un fattore onesto oberato dai debiti. Per salvare la sua famiglia dalla povertà decide di rischiare la vita e di scortare il fuorilegge Ben Wade, insieme a uno scalcagnato gruppo di mercenari, a Contention, dove lo attende un treno diretto al carcere di Yuma. Ma la missione è lunga e difficile, con i compagni di rapine del prigioniero intenzionati a liberare il loro capo ad ogni costo. Tratto da un racconto pulp di Elmore Leonard, è un western tronfio e dilatato, rovinato da una letale sequela di primi piani che mettono in evidenza i limiti di Russell Crowe. Christian Bale è l'unico che ci mette il cuore: non avrebbe stonato nell'originale di Delmer Daves del '57. Sceneggiatura - di Halsted Welles, Michael Brandt e Derek Haas -, fotografia, location e musiche, quasi assenti, denotano una sciattezza non consona ad un blockbuster di Hollywood. Solo poco prima dell'epilogo Mangold si ricorda di avere a che fare con il più nobile dei generi popolari e azzecca un piano sequenza durante l'interminabile sparatoria finale; peccato che sia troppo tardi.

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mercoledì 17 ottobre 2007

Secret

不能說的秘密 | Bu neng shuo de mi mi

Taiwan / Hong Kong, 2007
Regia: Jay Chou

***1/2

Un prodigioso studente di piano si trasferisce in una nuova scuola di musica, dove si innamora di una timida compagna di classe, corrisposto. Ma poco prima del diploma l'idillio viene spezzato da un «segreto» inatteso. La popstar Jay Chou, anche attore, non si accontenta di scalare le chart musicali e debutta come regista, riservandosi il ruolo di protagonista. Il suo esordio è diviso in due e, memore delle ultime tendenze del cinema taiwanese, coniuga mélo giovanile e coté fantastico appenna accennato. Delicato, pudico, aggiunge al dolce Blue Gate Crossing (2002, di Yee Chin-yen) il finale soprannaturale di Memento Mori (1999, di Kim Tae-Yong e Min Kyu-Dong), lasciando alla fantasia dello spettatore diversi interrogativi. La regia è matura, la colonna sonora avvolgente. Ottimo Anthony Wong in un ruolo stralunato che gli si addice. E' uno dei pochi titoli locali che ha tenuto testa ai giganti americani nella sfida per il box office estivo.

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domenica 14 ottobre 2007

Flash Point

導火線 | Dao huo xian

Hong Kong, 2007
Regia: Wilson Yip

***

Nel 1997, poco prima dell'handover, un commissario manesco e un collega infiltrato combattono tre criminali vietnamiti intenzionati a scalare i vertici delle triadi. La coppia Wilson Yip (regista) / Donnie Yen (protagonista e coreografo marziale) celebra uno dei protagonisti del loro SPL (2005), cucendo addosso al violento ispettore Ma un prequel tutto per sé. Infarcito di azione a più non posso, perfettamente calcolata, il noir si tinge spesso di rosso: ritmo serrato e montaggio rapido scandiscono i tempi, coprendo qualche lacuna di recitazione. Se la storia poco originale non annoia è grazie al trattamento del veterano Szeto Kam-yuen e di Nicholl Tang, che dosa bene dialoghi e raccordi. Yip completa con una regia professionale messa al servizio delle arti marziali. Cattiveria e scorrettezza tornano in auge: non sarà un capolavoro ma in un panorama asfittico è un prodotto di genere che brilla.

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venerdì 12 ottobre 2007

Resident Evil: Extinction

Francia / Australia / Germania / Gran Bretagna / USA, 2007
Regia: Russell Mulcahy

**1/2

Alice torna a combattere gli zombi creati dal T-Virus della Umbrella Corporation. In esilio da Racoon City l'eroina vaga per il deserto e insieme a un gruppo di superstiti cerca un varco per raggiungere la salvezza in Alaska. Milla Jovovich torna, con un nuovo look sponsorizzato dalla sua linea di abbigliamento, a menare fendenti contro un'orda di mostri valorizzati dal make-up splatter. Al contrario dei predecessori, citati insieme a Gli uccelli (1963, di Alfred Hitchcock), l'horror si trasforma in western e trova nelle desertiche lande del Nevada la propria ragion d'essere. Scrive Paul W. S. Anderson, dirige Mulcahy, già autore di Highlander (1986), e si vede: applica ad un b-movie veloce e ritmato, anche se non troppo originale, le ambizioni del prodotto di cassetta. Il pubblico, ancora assetato di videogiochi, ringrazia e ripaga.

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giovedì 11 ottobre 2007

INTERVENTI | Andrew Lau e il futuro di Hong Kong

Può un ex regista di successo risollevare le sorti del cinema di genere hongkonghese?

Andrew Lau, classe 1960, è noto al grande pubblico, locale e internazionale, per la trilogia Infernal Affairs (2002-2003), cui gli Oscar a The Departed (2006, di Martin Scorsese) hanno regalato grande pubblicità. Lau, che da diversi anni non si separa dietro la macchina da presa dal socio Alan Mak se non in rare occasioni, ha però un trascorso artistico che va parecchio indietro nel tempo, dagli esordi come direttore della fotografia per Wong Kar-wai ai primi successi al box office di Hong Kong, con la saga Young and Dangerous (1996).

Inanellata una serie di flop costati molto cari, buon ultimo il deludente Confession of Pain (2006), Lau - che ha ben quattro set da inaugurare come regista - prova contemporaneamente a percorrere una seconda strada, autoeleggendosi a salvatore del cinema di Hong Kong nelle vesti di produttore. Foraggiato dalla televisiva Fortune Star, che sta incassando bene con le ristampe in dvd dei migliori film dei gloriosi anni '80, Lau si fa portavoce di un nugolo di pellicole che, a prescindere dai risultati, puntano con convinzione al cinema di genere.

Apre il lotto Haunted School (2007), girato direttamente in digitale da Chin Man-kei, seguono a ruota A Mob Story (2007, di Herman Yau), un noir crudo e grandguignolesco, The Third Eye (2007, di Carol Lai), Undercover (2007, di Blly Chung). La qualità dei progetti è accettabile, in media con gli standard low budget dell'industria di oggi, ma memore della lezione di ieri, dove la mancanza di soldi era mascherata da inventiva e professionalità tecnica.

Cambiano, rispetto a una decina di anni fa, il target di mercato e la strategia di marketing: la pellicola è ora progettata a 360 gradi, non più unicamente come prodotto da sala cinematografica ma anche come investimento domestico. Il processo, al contrario di quanto avviene in occidente, è però a brevissimo termine: il fatto che il film esca al cinema è quasi un surplus, tutt'ora imprescindibile, per nobilitare uno «straight-to-video» decisamente meno artigianale dei corrispettivi d'oltreoceano.

Questa tendenza ha due fondamentali conseguenze. Da un lato ridà linfa a quel cinema di genere cattivo e politicamente scorretto che a Hong Kong non si vedeva da un po' di tempo. Non a caso ritorna il divieto ai minori e le pellicole appartenenti al «meta-genere» Cat. III fanno di nuovo capolino. Lo spiraglio commerciale ha soprattutto creato posti dove i veterani, messi da parte dalle logiche (co)produttive moderne, hanno la possibilità di lavorare in un regime di economia e tempi stretti che solo la loro esperienza è in grado di gestire.

Il ritorno del cinema di genere, non edulcorato dai dettami di Pechino, passerà di qui? Sembra proprio di sì, visto che Lau è il primo a non voler accettare, anche in fase di regia, troppi compromessi. La riprova sono le pellicole prodotte, poco pubblicizzate all'estero ma cantonesi al 100%, pensate e studiate per il pubblico locale che desidera emozioni «mordi-e-fuggi»: titoli poco impegnativi ma non superficiali, dove exploitation, abilità tecnica e schiettezza tornano finalmente a coesistere.

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Invasion

USA, 2007
Regia: Oliver Hirschbiegel

*1/2

La Terra è invasa da una spora aliena che sfrutta l'esplosione di uno Space Shuttle per diffondersi nei corpi ospiti umani, di cui prende il controllo. In pochi sono capaci di reagire alla cospirazione extraterrestre, tra questi una psichiatra e suo figlio, stranamente immune al contagio. Hirschbiegel (The Experiment, 2001) è l'ennesimo mestierante rubato da Hollywood all'Europa. Qui svilisce il classico L'invasione degli ultracorpi e pur garantendo un po' di spettacolo schiaccia emozioni e caratteri sotto una pressa di effetti speciali. Incolori la Kidman e Craig, esatto opposto di quanto dovrebbero esprimere i loro personaggi. Lo sceneggiatore Dave Kajganich tratta il soggetto come se dovesse farne una riduzione per una puntata di X-Files, con troppi buchi in bella evidenza: tanto che gli errori sul set e gli aneddoti in fase di produzione sono più interessanti del risultato. Il finale rumoroso è il marchio di fabbrica dei fratelli Andy e Larry Wachowski, che dopo aver bocciato la prima versione proposta dal regista gli affiancano James McTeigue per un montaggio alternativo con più scene d'azione.

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lunedì 8 ottobre 2007

Hooked On You

每當變幻時 | Mui dong bin wan si

Hong Kong, 2007
Regia: Law Wing-cheong

**1/2

Due pescivendoli (Eason Chan e Miriam Yeung) mettono a nudo l’animo popolare dei mercati rionali rincorrendosi e detestandosi nell’arco di dieci anni. Lei ha pianificato di realizzarsi sul lavoro e in amore prima di compiere trenta anni, ma realizzare il progetto è più difficile del previsto. Il secondo film dello sceneggiatore Law Wing-cheong, coadiuvato in fase di sceneggiatura da Fung Chi-keung, è una commedia sentimentale agrodolce, che punta al revivalismo storico per celebrare, sullo sfondo, la personalità verace di Hong Kong. I dialoghi, i personaggi, le situazioni recuperano il buonismo drammatico, non sempre politicamente corretto, dei successi prodotti negli anni ’80 dalla Cinema City e nei ’90 dalla U.F.O. Colonna sonora e regia tessono una trama pacata su cui dipanare una matassa piuttosto semplice: finché irrompe il finale commovente, complice la graduale affezione per i due protagonisti, a rivalutare una pellicola altrimenti banale.

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sabato 6 ottobre 2007

Planet Terror

Grindhouse - Planet Terror

USA, 2007
Regia: Robert Rodriguez

**1/2

Zombi creati dall'esercito terrorizzano una cittadina del Texas. I superstiti - tra cui un camionista, una spogliarellista senza una gamba, un poliziotto e un'infermiera che spara siringhe come proiettili - si coalizzano per far strage dei mostri. Gemello di drive-in di A prova di morte (2007, di Quentin Tarantino) è, al pari dei due finti trailer, simulazione di cinema exploitation del passato, di cui ricostruisce, a tavolino, gli umori. Operazione quasi riuscita, finché sono le invenzioni «rétro» di regia e montaggio a reggere il banco; mentre i dialoghi folkloristici paiono una pallida copia di originali altrettanto imperfetti. Azione rumorosa e splatter eccessivo non giovano alla causa autoreferenziale di un prodotto che dietro la facciata del «b-movie» nutre ambizioni autoriali. Discreta la recitazione, elemento neutrale che però riporta in auge l'importanza della fisiognomica dei caratteristi.

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martedì 2 ottobre 2007

Michael Clayton

USA, 2007
Regia: Tony Gilroy

***

Michael Clayton è un faccendiere che aggiusta le situazioni difficili per uno studio legale prestigioso. La sua vita privata è allo sbando, tra debiti e lacune, ma gli resta la fiducia nel lavoro: fino al giorno in cui un caso scomodo lo mette in crisi. Tony Gilroy, uomo di fiducia di Steven Soderbergh, che ne produce il debutto da regista, ha scritto il film prendendo spunto dai sopralluoghi durante le riprese di L'avvocato del diavolo (1997, di Taylor Hackford). La regia pacata sfrutta il fascino composto di Clooney per tessere un intrigo degno di John Grisham; e ripaga il pubblico, messo alla prova da una lunga premessa introduttiva, con un thriller ad esecuzione serrata ma dall'epilogo un po' troppo annacquato. Film d'attori, dove spiccano Sidney Lumet, Tilda Swinton e Tom Wilkinson, oltre che di dialoghi, ben architettati. Presentato all'ultimo festival di Venezia, coniuga con stile istinti di denuncia e complottismo anti-multinazionali, piazzandosi a metà tra cinema d'autore e istanze di genere.

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La città proibita

The Curse of the Golden Flower | 滿城盡帶黃金甲 | Man cheng jin dai huang jin jia

Repubblica Popolare Cinese / Hong Kong, 2007
Regia: Zhang Yimou

**

L'autoritario imperatore Ping non deve solo fronteggiare i nemici sul campo di battaglia ma anche le insidie della corte reale, dove la moglie e i tre figli, ognuno a suo modo ambizioso quanto il padre, lo aspettano dopo la vittoria. Pedante pamphlet sui pericoli del potere, che logora sia chi lo detiene che coloro che lo bramano, rientra nel nuovo corso di Zhang Yimou, inaugurato con Hero (2002). La smania del cineasta di stato di coniugare riscoperta della tradizione e metafore politiche sotto forma di kolossal portano ad una messinscena elegante ma barocca, e purtroppo a poca sostanza. Recitazione efficace anche se a tratti troppo caricata: a sorpresa funzionano meglio il debole Liu Ye e il cantante Jay Chou rispetto allo strombazzato Chow Yun Fat; mentre Gong Li soffoca, come tutte le colleghe, stretta in corsetti sexy tanto arditi quanto implausibili. E' tratto da Lei Yu, un dramma di Cao Yu del 1934, riadattato in costume, mentre il titolo riprende l'ultimo verso di un poema anti-imperiale della dinastia Tang.

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lunedì 1 ottobre 2007

LIBRI | Alberto Pezzotta - La critica cinematografica

Carocci, 2007
pagg. 128
ISBN: 9788843041978

Qual è la funzione della critica cinematografica? Oggi come ieri il mestiere del critico è un duro compromesso tra oggettività e soggettività, un percorso spinoso tra testi e correnti di pensiero, senza fondamenti certi cui appellarsi, ma con impegno (morale) e passione a fare da guida. Senza la presunzione di fornire risposte certe Alberto Pezzotta, critico diviso tra quotidiani e riviste specializzate, saggista di comprovata fama, prova a disaminare lo spinoso argomento, tra realtà storica e ipotesi basate sulle teorie classiche del ragionamento e dell'oratoria. Colto, razionale e basato su fonti studiate - e spiegate - con cura certosina, il discorso si segue con estremo piacere, scorrevole nella forma e nella sostanza. Il tono didattico ben si sposa alle argomentazioni fornite, e le valutazioni personali sono condivisibili. La tesi cui si approda è la delimitazione dell'ambito critico entro una serie di canoni riconoscibili e le possibili sfaccettature di una nuova forma di retorica, nel senso greco del termine, applicabile alla settima arte; a sua volta capace, nei migliori esempi, di ascendere a modello di professionismo giornalistico e, al tempo stesso, di diventare letteratura.

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